Guatemala, storia di una dittatura senza fine

 

Dalla conquista spagnola la storia del Guatemala è segnata dal feroce sfruttamento e dal lavoro schiavizzato che porta gli indigeni vicino alla scomparsa totale. Il risveglio nazionalista e l'indipendenza del 1821 va solo a vantaggio di piccole oligarchie di grandi proprietari rappresentati da governi autoritari e violenti, ai quali si aggiungono alla fine del XIX secolo gli interessi sempre più preminenti delle grandi multinazionali statunitensi. Solo il decennio 1944-1954 segnò una rottura con la tradizione dei regimi oppressivi ed autoritari. Prese avvio, prima con Arèvalo e poi con Arbenz, un tentativo di democratizzazione del paese e una parziale riforma agraria che distribuì terre ai contadini, con l'espropriazione di 100.000 ettari della United Fruit Company.

La reazione promossa dagli Stati Uniti armò un esercito di mercenari al comando del colonnello Castillo Armas, che nel 1954 abbattè il legittimo governo di Arbenz. Da quel momento si sono succedute sanguinose dittature militari con terribili repressioni. Con i governi dei generali Lucas Garcia, Rios Montt e Meija Victores viene instaurato un regime generalizzato di terrore, tanto che le Nazioni Unite, nel 1983, intervengono riconoscendo lo stato di guerra e condannando il governo militare.

Le cifre del genocidio sono agghiaccianti. A partire dalla fine degli anni '60 si sono avute: 120.000 persone assassinate, 40.000 desaparecidos, 100.000 orfani, 1 milione di profughi interni (desplazados),  250.000 rifugiati all'estero.

La tortura è la regola: le vittime sono contadini, sindacalisti, uomini politici, studenti, giuristi, giornalisti, religiosi. La strategia antiinsurrezionale dell'esercito porta alla costituzione delle Pattuglie di Autodifesa Civile, reclutate tra i contadini, in buona parte forzosamente, con compiti paramilitari e di repressione. Inoltre vengono fondati i Poli di sviluppo e le Aldeas Modelo, dove una notevole parte della popolazione contadina viene arbitrariamente concentrata per essere direttamente controllata dall'esercito. Nel 1984 il governo militare, sotto la pressione di organizzazioni internazionali e schiacciato da una gravissima crisi economica, decide di riaprire ai civili. Indice le elezioni per una Assemblea Costituente, alla quale però consegna una Costituzione già stilata in ogni sua parte da esperti di sua fiducia. Inoltre il governo approva un decreto di amnistia che assicura l'impunità assoluta agli elementi militari e paramilitari che si sono resi colpevoli di reati contro i diritti umani.

Nel gennaio 1986, dopo elezioni partecipate solo dal 30,6% degli aventi diritto di voto, si insediò; in Guatemala la presidenza civile dell'avvocato democristiano Vinicio Cerezo.
Le grandi promesse del suo programma elettorale destarono speranze e fruttarono al suo governo cospicui aiuti economici e politici dai paesi occidentali.
Tuttavia dopo i cinque anni della sua presidenza il bilancio è risultato completamente negativo.
Tutti i grandi problemi del paese sono rimasti quasi completamente irrisolti, quando non addirittura aggravati. Ripetute e costosissime campagne dell'esercito contro la guerriglia hanno continuato le sistematiche e generalizzate violazioni dei diritti umani a carico delle popolazioni contadine, sfociate a volte in vere e proprie stragi. Si aggiunge la repressione condotta in modo selettivo dai rifioriti squadroni della morte e da gruppi di militari e poliziotti in uniforme.
Il suo mandato si concluse, oltre che nella generale delusione popolare, in una corruzione diffusa a tutti i livelli, che determinò il crollo del partito della democrazia cristiana che l'aveva espresso.

Le ultime elezioni presidenziali hanno visto il 6 gennaio 1991 la vittoria di un outsider, Jorge Serrano Elìas, sostenuto da ambienti militari e imprenditoriali. La stanchezza e la delusione popolare si è riflessa sulla partecipazione al voto che è ulteriormente diminuita, per cui il nuovo presidente ha ricevuto il 20% dei suffragi dei guatemaltechi aventi diritto di voto. Il nuovo eletto, membro di una setta cristiana fondamentalista, ha subito fatto formali promesse per il pieno rispetto dei diritti umani e per la punizione dei colpevoli. Sul piano economico ha imposto una politica neo-liberista di tipo reganiano, che ha dato buoni risultati per il risanamento dei conti dello stato, ma ha condannato la stragrande maggioranza della popolazione all'indigenza più; nera. Malauguratamente si può affermare che durante la presidenza di Serrano la questione chiave dei diritti umani è peggiorata rispetto al 1990. Una delle principali cause dell'aggravamento del fenomeno è l'impunità di cui hanno continuato a godere sia gli autori materiali che i mandanti delle azioni repressive. L'osservatore designato dalle Nazioni Unite, il tedesco Christian Tomuschat , ha presentato il 3/2/93 il proprio rapporto per la 49^ sessione della Commissione dei diritti umani dell'ONU. In esso si afferma che in Guatemala, e specialmente nelle aree rurali, continuano le violazioni dei diritti umani ad opera specialmente di componenti dell'esercito, della polizia, delle pattuglie civili.

Nella stessa sessione ha presentato il proprio rapporto anche Bacra Waly Ndiaye, relatore speciale dell'ONU per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie ed arbitrarie, che ha indicato il Guatemala come uno dei casi più gravi del mondo. Egli ha dichiarato che nel territorio guatemalteco continuano a verificarsi violazioni generalizzate dei diritti umani per ragioni politiche i cui responsabili sono membri delle forze armate e di quelle di sicurezza. Tutto si realizza in un clima di impunità e le vittime continuano ad essere sindacalisti, membri di gruppi di opposizione, attivisti umanitari, contadini, studenti, professionisti, giornalisti e bambini di strada. Tuttavia la Commissione dei diritti umani dell'ONU, con la risoluzione del 10 marzo 1993, pur giudicando severamente e con preoccupazione la persistenza di gravi violazioni dei diritti umani in Guatemala ad opera di militari e polizia, nonchè il clima di impunità che li favorisce, ha deciso di non collocare il caso del Guatemala nel punto 12 del programma, relativo a paesi con gravi violazioni dei diritti umani ed implicante la nomina di un relatore speciale dell'ONU.

A tale proposito l'Ufficio dei diritti umani dell'arcivescovado del Guatemala ha dichiarato che molti paesi - in particolare latinoamericani - non hanno accettato di passare ad una condanna più radicale per paura che l'accusa di violazione dei diritti umani si rivoltasse contro se stessi. Per la pressione congiunta della pubblica opinione internazionale, degli organismi di tutela dei diritti umani e di molti paesi occidentali che hanno minacciato di tagliare gli aiuti economici, il governo e l'esercito guatemaltechi sono stati costretti ad aprire trattative di pace con la guerriglia. Questo processo è stato avviato nel marzo 1990, ed è proseguito attraverso fasi alterne, nonostante l'opposizione dell'esercito a cessare le repressioni generalizzate, smantellare gli apparati clandestini armati, arrivare alla punizione dei colpevoli, accettare il controllo e la supervisione delle Nazioni Unite. Malgrado ciò, però, la società; guatemalteca ha continuato a portare avanti una lotta sempre più ferma contro l'impunità delle forze repressive e per condizione di vita più umane. In prima fila in questa lotta, per un processo irreversibile di maturazione politica e sociale, si trova la componente indigena e specialmente le donne. Portavoce e simbolo delle popolazioni indigene e dei movimenti popolari è la dirigente del CUC Rigoberta Menchù, cui è stato attribuito il Premio Nobel per la Pace nel 1992, anno del cinquecentenario della scoperta/conquista dell'America.

Nel maggio 1993, incalzato dalla protesta popolare, sempre meno credibile internazionalmente, sull'orlo dell'incriminazione per corruzione, Serrano non ha trovato altra strada che quella dell'"autogolpe", decretando la sospensione della Costituzione, sciogliendo il Parlamento ed esonerando la Corte Suprema, oltre che il Procuratore dei Diritti Umani. Le immediate reazioni internazionali, unite alla mobilitazione popolare, ma anche il mancato appoggio di una parte consistente dell'esercito, hanno fatto fallire questo tentativo. Il Parlamento ha così; nominato presidente proprio quel Procuratore dei Diritti Umani - Ramiro de Leon Carpio - esautorato da Serrano.
La soddisfazione e la speranza generale nel veder eletto presidente un uomo che si era distinto nel denunciare le violazioni dei diritti umani, si è però raffreddata rapidamente. Sui nodi di sempre - scioglimento delle Pattuglie di autodifesa civile, contenuti del dialogo con la guerriglia per una pace nella giustizia, epurazione dei quadri militari resisi responsabili di violazioni dei diritti umani - le posizioni del nuovo presidente sono state molto differenti da quanto egli stesso affermava come Procuratore dei Diritti Umani. Ciò lascerebbe intendere che, come sempre, non è possibile in Guatemala raggiungere e mantenere il potere senza contrattarlo coi militari.

Intanto lungo tutto 1994 lo sviluppo della politica economica neo-liberale con il taglio radicale di ogni investimento statale per la salvaguardia sociale ha ulteriormente e drammaticamente peggiorato le condizioni di vita della popolazione.
Come ha denunciato all'Assemblea di Ginevra Monica Pinto (assessore dell'ONU per i diritti umani), è proseguita la militarizzazione dello stato e della società guatemalteca: su una popolazione di 10 milioni di abitanti, ben 630.000 sono inquadrati più o meno forzosamente in formazioni militari e paramilitari. Ne consegue un continuo aumento di crimini e violazioni dei diritti umani nonostante la presenza nel paese di una commissione di controllo delle Nazioni Unite (Minugua). Le trattative di pace tra governo e guerriglia, riprese dopo una lunga pausa grazie soprattutto alle pressioni internazionali, non risolvono i problemi di fondo del Paese.
A fine 1995 si svolgono le nuove elezioni politiche. Nel secondo turno elettorale, tenuto il 7 gennaio 1996, viene eletto presidente del Guatemala il conservatore moderato Alvaro Arzù. Un fatto di grande rilievo è la partecipazione dopo 40 anni alle elezioni legislative di un fronte democratico di sinistra, radicato nelle organizzazioni popolari. Pur con soli due mesi di vita, e nell'assoluta mancanza di mezzi, esso ha ottenuto sei eletti sugli ottanta che costituiscono il parlamento.

Appena insediato il presidente Arzù, rappresentante delle classi imprenditoriali più aperte alla modernizzazione e della corrente più moderata delle forze armate, realizza una vera rivoluzione negli alti gradi dell'esercito epurando i generali più compromessi nelle violazioni dei diritti umani e nella corruzione. Poi imprime una decisa accelerazione alle trattative di pace con la guerriglia, concludendo rapidamente gli accordi sui punti sostanziali ancora in sospeso e realizzando quelli relativi al cessate il fuoco ed al reinserimento dei guerriglieri nella vita civile.La firma della pace completa definitiva arriva il 29 dicembre 1996 nella capitale guatemalteca alla presenza di capi di governo ed accreditati rappresentanti internazionali, ponendo fine a 36 anni di conflitto armato interno. I comandanti dell'URNG annunciano che costituiranno un partito politico per continuare la lotta democratica e popolare sul terreno civile.
I contenuti degli accordi sono tali da permettere radicali miglioramenti rispetto alle condizioni di grande miseria che affliggono la stragrande maggioranza dei guatemaltechi. Per garantire la loro applicazione si apre una grande stagione di lotta politica e sociale per il popolo del Guatemala. In questo contesto alla solidarietà internazionale ed italiana in particolare, che tanta parte ha avuto negli ultimi eventi, spettano ancora importanti compiti di appoggio.

Dopo tre anni dalla firma degli accordi di pace, nonostante i cospicui aiuti finanziari da parte della comunità internazionale, le speranze dei guatemaltechi di migliorare le misere condizioni di vita sono andate ancora deluse. Tra gli aspetti positivi portati dalla pace c'è la fine della repressione organizzata dallo stato, anche se persiste in scala minore ed a livello selettivo quella da parte dei gruppi paramilitari, e la smobilitazione ed il ritorno alla vita civile della guerriglia. Il resto del bilancio è negativo, perché poco o nulla è stato fatto per la smilitarizzazione della società, la realizzazione di uno stato multietnico, l'applicazione degli accordi in campo socio-economico specialmente nel settore agrario e per una riforma tributaria che fornisca risorse finanziarie per lo sviluppo facendo pagare anche ai ricchi.
Ha contribuito a peggiorare ulteriormente lo stato della popolazione l'adozione selvaggia di politiche economiche neo-liberali, con il taglio radicale di ogni investimento per la salvaguardia sociale. Intanto l'eccidio che ha colpito il popolo guatemalteco nel corso dei 36 anni di conflitto armato interno è stato documentato in modo inoppugnabile da due ampie e circostanziate inchieste.
La prima è stata promossa dall'Arcivescovado del Guatemala nel quadro del progetto per il recupero della memoria storica (REMHI), coordinata dal vescovo ausiliare della capitale Monsignor Gerardi. Si è conclusa con la presentazione, avvenuta il 24.4.1998, del rapporto "Guatemala, nunca más", che prova migliaia di casi di gravissime violazioni dei diritti umani. Due giorni dopo la pubblicizzazione del rapporto, il Vescovo Gerardi è stato barbaramente massacrato a colpi di pietra sulla porta della sua abitazione da sicari rimasti tuttora impuniti.
La seconda è stata condotta dalla Commissione di chiarimento storico prevista dagli accordi di pace e si è conclusa il 25.2.1999 con la presentazione del rapporto "Guatemala, memoria del silenzio". In essa si accerta che in Guatemala, specie nel periodo1981-83 sotto i generali golpisti Lucas García e Ríos Montt, "è stato sviluppato un genocidio attraverso una strategia pianificata dello stato contro la popolazione civile, specie nella sua componente indigena".
Nelle elezioni presidenziali e legislative di fine 1999 il desiderio di punire il governo di Arzú, l'enorme difficoltà della grande massa povera della popolazione ad esercitare il diritto di voto, ma, soprattutto, la persistente paura generata dai gruppi paramilitari organizzati tuttora operanti, hanno determinato il trionfo del Fronte Repubblicano Guatemalteco, il partito del generale Ríos Montt. Il suo candidato alla presidenza Alfonso Portillo è stato eletto al secondo turno, ed al parlamento i suoi uomini hanno conquistato la maggioranza assoluta dei seggi.
Il domani del Guatemala si presenta ancora una volta problematico. Un auspicio di cambiamento futuro può essere rappresentato da una discreta affermazione della coalizione di sinistra Alleanza Nuova Nazione, centrata sull'ex guerriglia dell'URNG, costituitasi in partito politico. Pur operando in condizioni ambientali e finanziarie molto difficili, ha ottenuto il 12,4% dei suffragi con il suo candidato presidenziale Alvaro Colom ed inviato nove rappresentanti al parlamento.

 

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