| Appunti di viaggio.
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| Eravamo nell'82, forse 83 ed eravamo
capitati in Messico, senza una meta precisa, solo un numero di telefono.
Telefonammo e da quel poco che capimmo quello doveva essere un casino.
Forse hai sbagliato numero, forse hai capito male, si vabbeh ma che si fa. Assalto di taxisti con le loro auto sgangherate, ok ok saliamo su questa, piena di santini e portacenere e profumata come una contadina il giorno di mercato. Conosci un albergo pulito, non carissimo? Si si ci penso io, e parte adagio, dev'essere la sua unica corsa del giorno, si vede bene che è contento e se la sta gustando tutta la sua corsa con passeggeri a bordo. Procede così tranquillo che non si capisce come mai il poliziotto in moto che ci sorpassa ci faccia segno di accostare. Lui, il taxista, scende al volo, parlano, anzi, parla il poliziotto, piantato sulle gambe larghe, faccia dura, sembra quasi annoiato. Il taxista torna in auto e ci guarda con la faccia triste. Chiede qualcosa, non capisco bene, alla fine pare che chieda il prezzo della corsa anticipato, perchè deve pagare la multa e non ha i soldi per farlo. Ma che multa? Ma che hai fatto? Ma se andavi pianissimo! Ma scherziamo? Lui, il taxista, abbassa la testa, chiede por favor por favor......gli diamo il denaro, lui torna dal poliziotto e lo paga. Ripartiamo. Il taxista ha cambiato espressione, non c'è più nessuna contentezza in quella faccia. Rimaniamo a Città del Messico qualche giorno. Abbiamo conosciuto Paolo, un ragazzo di Taranto che abita qui da anni. Ci porta in giro la sera per locali e ci fa conoscere i suoi amici artisti. Dice che fra non molto se ne dovrà andare, che ci son stati già dei brutti episodi, che rischia la confisca di tutti i suoi beni. Poi ride, guarda la sua collezione di maschere e dice che la lascia a me. Ce ne andiamo dal Messico, c'è un'aria pesante, non mi piacciono nemmeno le zone archeologiche. Da bambina sognavo El Castillo ed ora che ci son davanti non mi dice niente; forse i sogni che diventano realtà perdono tutto ciò che li ha resi belli, il loro essere irrealizzabili. Città del Guatemala. Case basse, bianche, interni colorati, un venditore di pappagallini sul marciapiede, chiese, chiese, ma che altro c'è qui? Andiamocene all'interno, prendiamo una guida per qualche giorno. Verso Santiago Atitlan. La guida è un ragazzo della nostra età. Parla poco, solo di cose che piacciono ai turisti. Ma tu che fai? Come mai questo lavoro? Lui non dice nulla. Indica la donna sul fianco della collina che tesse la sua tela colorata. Indica il venditore di scodelle e pentolini lungo la via, una costruzione altamente improbabile di stoviglie appese, incastrate, accatastate sulle sue spalle. Il terzo giorno dice che in Guatemala non si sta tanto bene. Il quarto giorno dice che molte persone son finite in carcere, o son sparite. Il quinto giorno dice che gli studenti non possono fare il servizio militare, gli studenti hanno idee pericolose e potrebbero incitare alla rivolta armata..... Parla del Belize, forse vorrebbe andare in Belize..... Attraversiamo il lago formatosi nel cratere del vulcano; sul nostro barchino c'è un americano grasso con due ragazze. Lui sta attraversando l'America sul suo camper percorrendo la transamericana, le ragazze sono autostoppiste caricate non si sa dove. Il paese è in un'altra dimensione. Storpi, ciechi, deformi, gambe storte, monchi , gobbi, mai visti così tanti tutti insieme. C'è il mercato. Sotto tende strappate qua e là donne accovacciate vendono cose orribili, dentro un secchio galleggiano interiora di animali, unica cosa possibile le bananine rosse. Ne compro un po'. Ottimo affare , sono veramente buonissime. Qualcuno dice che su un altro lato del lago c'è una comunità di italiani. Io vorrei andarmene. Vedo l'americano grasso entrare in quello che credo sia l'ufficio postale del paese. Se ne esce dopo poco con una manciata di monetine. Lì davanti c'è la scuola, i bambini son tutti fuori che giocano. C'è anche una montagna di cocomeri. L'americano chiama i bambini, poi lancia le monetine sulla montagna di cocomeri: i bambini corrono e si azzuffano e tirano qua e là i cocomeri per recuperare le monetine. L'americano ha due o tre macchine fotografiche e scatta a raffica ridendo sguaiatamente, molto compiaciuto della sua trovata. Si riparte. Arriva il grassone con una porta. Si, una porta tutta intagliata. Nel paese c'è un artigiano che lavora il legno, l'ho visto, fa oggetti bellissimi, ho comprato un piccolo armadillo di legno. Ho visto anche la porta, la porta che ha adesso l'americano. Era la porta di casa dell'artigiano. L'americano ride soddisfatto, dice che ci starà molto bene nel suo appartamento a Manhattan. Facciamo fatica a ripartire, fra il peso dell'americano e quello della porta rischiamo di affondare.
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